La Commissione pari opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti è nuovamente intervenuta per stigmatizzare le modalità con le quali in diversi articoli e servizi giornalistici si continuano a raccontare i casi di femminicidio in Italia: “Il diritto di cronaca non deve mai trasformarsi in abuso”, ribadisce la CPO, ricordando che questo principio è sancito nel codice deontologico e ribadito più volte anche nei corsi di formazione obbligatori per giornalisti. Ma nonostante le indicazioni chiarissime, la copertura mediatica dei femminicidi continua ad essere molto distorta.
L’ultimo caso è quello dell’assassinio della 33enne Cinzia Pinna per mano del suo compagno Emanuele Ragnedda di 41anni.
Molte testate giornalistiche non hanno mostrato alcun rispetto per la vittima, scavando nel suo passato alla ricerca di debolezze e fragilità; e hanno incredibilmente esaltato il carnefice dipinto come imprenditore di successo. Sullo sfondo l’ennesima uccisione di una donna in quanto donna, ossia per motivi di controllo, di possesso o di discriminazione strutturale di natura patriarcale.
Molti, troppi servizi giornalistici hanno fatto molto male il proprio lavoro in questi giorno. Ecco che la CPO dell’Ordine dei giornalisti è stata costretta a invitare nuovamente i professionisti dell’informazione a mostrare più attenzione e responsabilità quando raccontano questi crimini, evitando narrazioni perverse che finiscono con l’esaltare l’uomo violento, rafforzando stereotipi e pregiudizi alla base della violenza di genere. «Non chiediamo censure – spiega la Commissione – ma che i fatti siano trattati con il dovuto rispetto per le vittime. I femminicidi vanno raccontati per quello che sono».
Nel caso di Cinzia Pinna si è data ampia visibilità alla figura dell’assassino, Emanuele Ragnedda: la sua vita da imprenditore della Costa Smeralda, i dettagli sul lusso, i legami familiari, persino le bottiglie di vino da migliaia di euro. Della vittima, invece, si è parlato poco e spesso solo in riferimento a presunti problemi personali o ipotetiche dipendenze. Ma Cinzia non è morta per questo: è stata uccisa da un uomo. Dal suo uomo.
Aveva 33 anni, lavorava con onestà e fatica per mantenersi, costruendo con dignità la propria esistenza. È stata brutalmente tolta alla vita da chi, dopo averla uccisa, ha continuato a ostentare ricchezza tra feste e yacht fino al tentativo di fuga.
E i media? Hanno scelto di concentrarsi soprattutto sull’assassino, dipingendolo come un “uomo di successo”, mentre la vittima è stata quasi cancellata dal racconto. È un approccio che non solo deforma la cronaca, ma rivela un sistema che tende a proteggere privilegi e potere anche davanti a un femminicidio.
Questa non è informazione: è un ribaltamento della realtà che esalta il carnefice e oscura la donna che non c’è più.
Cinzia Pinna non era un dettaglio di cronaca, né un numero in una statistica. Era una persona giovane, con sogni, affetti e una vita da vivere. È a lei che devono andare memoria e rispetto.
PER LE COLLEGHE E I COLLEGHI GIORNALISTI PIU’ RECALCITRANTI E REFRATTARI AL CORRETTO USO DELLE PAROLE, FAVORIAMO IL VADEMECUM realizzato da Margherita Agata, Cristina Caccia, Lavinia Rivara, con il coordinamento di Elisabetta Cosci e curato dal Coordinamento per le Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Clicca qui: https://www.odg.it/wp-content/uploads/2025/02/Oltre-le-parole-Vademecum.pdf
illustrazione di Cinzia Pinna, vittima di femminicidio (Credis: Vanessa Zanzelli)
