A vent’anni dall’omicidio della giornalista di Novaya Gazeta, il Parlamento Europeo la ricorda a Strasburgo. Il direttore Kirill Martynov chiede all’Ue di sostenere i cronisti russi in esilio, mentre i mandanti restano impuniti: reato prescritto, Mosca fuori dalla Corte europea dei diritti umani e appello dell’IPI per un meccanismo internazionale d’indagine
«Non esiste più alcun giornale.» Con queste parole Dmitry Muratov, ex direttore, co-fondatore di Novaya Gazeta oltre trent’anni fa e premio Nobel per la Pace nel 2021, descrive il silenzio che oggi regna nella storica redazione di Mosca. La testata, emblema del giornalismo d’inchiesta russo, capace di far luce su violazioni dei diritti umani e corruzione ai vertici del potere, è stata ridotta al silenzio. Il comitato Nobel aveva ricordato che «sei giornalisti di Novaya Gazeta sono stati uccisi, tra cui Anna Politkovskaja, autrice di articoli rivelatori sulla guerra in Cecenia».
La commemorazione a Strasburgo
Lunedì 5 ottobre, ai margini della sessione plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, i deputati della Commissione per i Diritti Umani e della Delegazione per la cooperazione parlamentare Ue-Russia hanno reso omaggio alla cronista. Erano stati invitati la nipote, l’attivista Anna Victoria Politkovskaja, e l’attuale direttore di Novaya Gazeta, Kirill Martynov.
La cerimonia è stata aperta dal vicepresidente del Parlamento Europeo Nicolae Ștefănuță, che ha sottolineato come «l’incorruttibile ricerca della verità» avesse fatto di lei «un faro di speranza per chi combatte per la giustizia e la dignità umana in Russia».
«Mia nonna descrisse la Russia di Putin come un Paese in cui la violenza è diventata progressivamente sistemica e l’indifferenza la norma», ha ricordato la nipote. Politkovskaja, ha spiegato, «scrisse di persone comuni, di chi si ritrovava solo di fronte alla guerra, alla violenza, all’ingiustizia e al sistema»: le famiglie cecene che cercavano di sopravvivere al conflitto, i coscritti russi uccisi in guerra, le torture, i rapimenti, la corruzione, una guerra che distrugge non solo chi la subisce, ma anche chi è costretto a sparare. L’aspetto più importante del suo lavoro, ha concluso, «non fu soltanto aver smascherato i potenti, ma non aver permesso che le storie umane passassero inosservate».
L’appello di Martynov
Nel suo intervento Martynov ha tracciato un filo rosso tra le guerre cecene, l’assassinio di Politkovskaja e l’aggressione russa all’Ucraina. Ha sollecitato l’Unione Europea a sostenere i giornalisti russi in esilio, perché possano portare avanti l’eredità di Anna, e ha auspicato una pace giusta per l’Ucraina e per l’Europa, confidando che un giorno, dopo un cammino di pentimento, la Russia possa «tornare a casa, in Europa».
Una vita per la verità
Anna Stepanovna Politkovskaja entra a Novaya Gazeta nel 1999. Il suo giornalismo critico le vale il premio globale di Amnesty International nel 2001 e il premio dell’OSCE per il giornalismo e la democrazia nel 2003. La sua reputazione nasce da sette anni di reportage dalla Cecenia, dove documenta torture, sparizioni e abusi delle forze russe durante la seconda guerra cecena, scoppiata nel 1999.
Tra le sue opere più note c’è La Russia di Putin, in cui scrive: «Il mio libro è fatto di appunti confusi ai margini della vita in Russia. Per il momento non posso analizzare quell’esistenza. Semplicemente vivo, e prendo nota di ciò che vedo». In Italia la figlia Vera ha pubblicato per Rizzoli, nel 2023, Una madre, una vita e una passione per la verità: Anna Stepanovna Politkovskaja, racconto dettagliato del percorso personale e professionale della giornalista.
Il suo lavoro le costò caro. Nel febbraio 2001 fu detenuta in Cecenia da agenti dei servizi di sicurezza e tenuta per tre giorni in una fossa, senza cibo né acqua, mentre un ufficiale la minacciava di fucilarla. Dopo le minacce di morte fuggì in Austria. Nel 2004 fu avvelenata su un volo diretto in Russia, mentre si recava a seguire la strage della scuola di Beslan. Nello stesso anno intervistò Ramzan Kadyrov, allora vicepremier ceceno e oggi a capo della repubblica, che la minacciò e la insultò durante il colloquio.
Il delitto e l’impunità
Nonostante i rischi e le intimidazioni, Politkovskaja non smise mai di scrivere. Il 7 ottobre 2006, a 48 anni e da inviata speciale di Novaya Gazeta, fu uccisa con cinque colpi di arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata, uno dei quali alla testa, nell’ascensore del palazzo in cui abitava a Mosca.
I tribunali russi hanno condannato sei uomini per l’omicidio, ma nessuno è mai stato processato come mandante. Nel 2021 il reato è caduto in prescrizione: secondo la legge russa, chi ordinò l’assassinio non può più essere perseguito. Due anni dopo il presidente Vladimir Putin ha graziato Sergei Khadzhikurbanov, ex poliziotto moscovita condannato a vent’anni per il proprio ruolo nel delitto, dopo che aveva firmato un contratto per combattere in Ucraina.
Dopo la condanna, nel 2012, di un ex poliziotto che aveva organizzato la sorveglianza della giornalista, gli inquirenti indicarono come possibili mandanti l’oligarca in esilio Boris Berezovskij e l’inviato ceceno Akhmed Zakaev. I legali della famiglia respinsero l’ipotesi, ritenendola infondata e politicamente strumentale.
Nel 2018 la Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Mazepa e altri c. Russia, stabilì che Mosca aveva violato il diritto alla vita (articolo 2 della Convenzione) per non aver indagato efficacemente sull’omicidio. La Corte riconobbe che gli esecutori materiali erano stati condannati, ma accertò che non erano stati compiuti passi adeguati per individuare i mandanti, che era stata seguita un’unica pista senza spiegarne i motivi e che non erano mai state approfondite quelle suggerite dalla famiglia, compreso il possibile coinvolgimento dell’FSB o dell’amministrazione cecena.
Nel settembre 2022 la Russia ha lasciato la Convenzione europea dei diritti umani, chiudendo questa strada a ogni futura causa. Resta vincolata al Patto internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici, che impone lo stesso dovere di indagare, ma nessun tribunale può più costringere Mosca a rispettarlo.
L’appello dell’IPI
A vent’anni dall’omicidio, l’International Press Institute (IPI) ribadisce la richiesta di giustizia e invita a rafforzare i meccanismi internazionali per indagare sui crimini contro i giornalisti quando gli Stati non lo fanno.
«A vent’anni dal brutale omicidio di Anna Politkovskaja, i responsabili ultimi non sono mai stati assicurati alla giustizia», ha dichiarato Amy Brouillette, direttrice dell’advocacy dell’IPI. «Ciò evidenzia la necessità urgente di un meccanismo internazionale indipendente, incaricato di indagare sui crimini contro i giornalisti quando lo Stato responsabile di tali indagini e di garantire la giustizia non vuole farlo».