La lotta nonviolenta del Forum delle giornaliste del mediterraneo


Il discorso di apertura della decima edizione del Forum of Mediterranean women journalists

di Marilù Mastrogiovanni

“Disarmate. Disarmanti”. È questo il titolo che abbiamo scelto con il Comitato scientifico del Forum, che richiama in maniera esplicita il messaggio di Papa Leone XIV. Ma lo declina provocatoriamente al femminile. Perché quel maschile sovraesteso, non include tutti, ma invisibilizza oltre la metà della popolazione mondiale. Le donne infatti sono maggioranza numerica, ma minoranza rispetto ad una cultura egemone andro e antropocentrica, che certamente non è disarmata ma sicuramente è disarmante nella sua capacità di rigenerarsi e di camminare anche sulle gambe delle donne

Noi lo sappiamo che c’è un unico filo di oppressione che lega la violenza della guerra fatta dagli Stati alla violenza sui corpi delle donne. Noi lo sappiamo che la radice è la medesima e si chiama cultura patriarcale: in Occidente ce l’ha insegnato Virginia Woolf, ma sono tante le pensatrici non occidentali che teorizzano anche nuovi modelli socio-politici per costruire società libere dalla violenza sistemica, in primis le curde del Rojava. Noi lo sappiamo che la guerra l’hanno sempre fatta e la fanno i maschi e che le vittime di tutte le guerre insieme alla verità, che in guerra è la prima a morire, sono le persone più fragili, le donne e i bambini, cioè il futuro del mondo. Le guerre uccidono il futuro non solo di chi le subisce ma di tutti, anche di chi come noi assiste impotente di fronte al giornalisticidio e alla infodemia che spegne il pensiero critico invece di nutrirlo, obiettivo invece dell’informazione etica, quella di cui discutiamo qui, su cui ci confrontiamo, su cui ci formiamo qui, da 10 anni.

E poi abbiamo voluto un sottotitolo: “Donne nonviolente in lotta”. Perché siamo disarmate e disarmanti per le nostre pratiche nonviolente e creative che, con strumenti di parola e conoscenza, si oppongono alla violenza armata e simbolica che sembra travolgere il mondo contemporaneo. “Disarmate” perché prive di armi, ma “disarmanti” nella capacità di scardinare i sistemi consolidati, attraverso il giornalismo indipendente, l’attivismo, l’artivismo e la ricerca critica. Le giornaliste documentano i meccanismi delle discriminazioni, offrendo dati e chiavi interpretative, ideando e praticando linguaggi rispettosi delle differenze e delle minoranze, arrivando a chiedere e ad ottenere la modifica del codice deontologico che ora si chiama “delle giornaliste e dei giornalisti”. Abbiamo iniziato a farlo dal basso, con Giulia giornaliste, (è qui oggi con noi Serena Bersani, appena riconfermata presidente), lavorando su uno strumento, il Manifesto di Venezia, che impegnasse i giornalisti e le giornaliste all’utilizzo del corretto linguaggio nel racconto delle donne e in particolare della violenza di genere e dei femminicidi. Era il 2017 e dopo il lancio stampa a Venezia, quel Manifesto, è stato presentato proprio qui a Bari, avviando una battaglia nonviolenta portata avanti con tutte le associazioni di categoria (abbiamo qui i massimi rappresentanti): in questi 10 anni giornaliste e giornalisti hanno riformato ben due volte il Codice deontologico per scardinare il linguaggio della violenza, con un’azione pedagogica incessante, a cui abbiamo affiancato l’attivismo degli esposti, le denunce, le petizioni, e tanta tanta formazione convinte che il mondo si possa cambiare non a parole ma CON le parole. E come? Come si fa? A cambiare il mondo con le parole? Lo sapete, al Forum analizziamo la realtà dei fatti ma puntiamo all’utopia: un refrain del giornalismo recita che se non lo dici non esiste. E allora noi di Giulia giornaliste, vero Serena? ispirandoci al francese abbiamo iniziato ad usare sui giornali “femminicidio”, perché serviva una parola per descrivere il fenomeno, perché quelle erano donne uccise in quanto donne ed era un fenomeno che andava analizzato con gli occhiali prismatici della cultura, con lenti che rendessero visibile la cultura violenta e oppressiva che era alla base del fenomeno. Abbiamo organizzato da allora centinaia e centinai di corsi di formazione in tutta Italia provincia per provincia… E finalmente la parola è stata inserita nei vocabolari italiani e oggi, chi vittimizza con le cattive parole le donne già vittime di violenze o vittime di femminicidio, rischia fino alla radiazione dall’albo. Perché quel codice etico su cui noi giornaliste tanto abbiamo studiato e riflettuto, ora è impresso nel nostro codice deontologico.

Ma soprattutto, attraverso la trasformazione del linguaggio giornalistico, abbiamo attivato una trasformazione sociale attraverso una rivoluzione culturale, una presa di coscienza collettiva sulla portata della violenza di genere, quella visibile e soprattutto quella invisibile. Se oggi c’è, è in atto, questa lotta nonviolenta contro la “normalizzazione” della violenza di genere, per il suo riconoscimento all’interno delle dinamiche culturali che ne sono humus e detonatore, è perché c’è una parola, femminicidio, che incornicia il fenomeno. E allora il mondo si può cambiare non a parole ma con le parole, con parole che ripudiano la violenza, illuminando ogni zona d’ombra in cui si annida. Abbiamo sperimentato una pratica e continuiamo ad applicarla. Abbiamo fatto lo stesso con la parola “genocidio”, perché se non lo dici, non esiste. E noi lo diciamo. Anzi lo denunciamo.

10 anni.

10 anni sono tanti. E il tempo è poco

E dovrei iniziare con i ringraziamenti. Non posso elencare tutti e rischierei di dimenticare qualcuno.

Alcune delle realtà associative delle Istituzioni che hanno nutrito il Forum delle giornaliste del Mediterraneo fin dal primo anno le vedete rappresentate qui. Le ringrazierò una ad una passando loro la parola. A tutti il mio grazie, a nome di tutte le persone, che lavorano tutto l’anno insieme al Comitato scientifico rappresentato qui dal prof. Cazzato e dalla prof. Perla a cui va la mia più profonda gratitudine, perché non ci siamo mai fermate, siamo andate avanti insieme. E uso il femminile sovraesteso. Non ci fermiamo, nonostante, e lo denuncio pubblicamente, il sito del forum stia subendo da 48 ore pesanti attacchi mirati. Non bot ma veri e propri tentativi di intrusione. Sono stati attaccati anche gli account personali e la posta elettronica della nostra collega Valentina Isernia che gestisce i social del Forum.

Apro quindi i lavori di questa decima edizione, alla presenza dell’ambasciatrice di Palestina Mona Abuamara. La sua presenza ci onora e ci gratifica: per tutte noi, per i nostri studenti e studentesse è un’occasione unica di arricchimento culturale e dell’anima. Apro i lavori con l’augurio che questa grande rete che unisce le sponde del Mediterraneo possa trattenere nelle sue maglie ogni anno di più i frutti di un processo di pace costruito sulla prevenzione dei conflitti attraverso la cura, basata sul rispetto, l’ascolto e dunque il riconoscimento reciproco nella relazione egalitaria tra pari, che siano essi persone o Stati.

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