indipendentQuando un ordinamento vieta alle donne di studiare, lavorare, spostarsi, parlare in pubblico o disporre del proprio corpo, la discriminazione smette di essere una somma di abusi e diventa architettura dello Stato. Il panel mette in relazione Afghanistan, Iran e contesti nei quali fondamentalismi religiosi e autoritarismi laici governano attraverso segregazione, sorveglianza, violenza riproduttiva e cancellazione dalla vita pubblica. La nozione di apartheid di genere offre un nome politico e giuridico a questa sistematicità, ma apre interrogativi decisivi: come trasformarla in norma internazionale senza produrre nuove gerarchie coloniali? Come sostenere le lotte locali evitando la figura occidentale della “donna da salvare”? Come rendere visibili differenze etniche, linguistiche, di classe e orientamento sessuale che attraversano la repressione? Il corpo è territorio occupato quando la legge, la famiglia, la polizia morale e la tecnologia ne amministrano voce, desiderio, abbigliamento, fertilità e presenza. È però anche luogo di conoscenza e insubordinazione: scuole clandestine, redazioni femministe, archivi delle violazioni, reti diasporiche e pratiche quotidiane di disobbedienza impediscono la cancellazione. Il giornalismo dovrà interrogare il proprio sguardo: racconta soltanto divieti e vittime o segue organizzazione, pensiero e agency? La finalità è costruire alleanze capaci di riconoscere il fondamentalismo senza islamofobia e difendere l’universalità dei diritti senza universalizzare l’esperienza occidentale. Dare loro parola significa riconoscerle come produttrici di sapere politico, non solo come prove viventi dell’orrore.
Temi deontologici: Carta di Roma, Articoli 8, 11, 13, 14 del codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti
Modera:
Marilù Mastrogiovanni
Intervengono:
Graziella Mascheroni, CISDA
Beatrice Bilato, CISDA
Gohar Rahimi, ricercatrice indipendente, Iran
Antonella Napoli, direttrice Focus on Africa