Dopodomani, giovedì 7 maggio, dalle 12 alle 14, si terrà a Roma una manifestazione e un sit-in in memoria di Amal Khalil, giornalista libanese uccisa in Libano meridionale da un bombardamento israeliano. Il corteo partirà da piazza Capranica per poi spostarsi davanti a Montecitorio. L’iniziativa è promossa dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, dalla Federazione nazionale della Stampa italiana (FNSI) e da molte altre associazioni che hanno deciso di aderire.
Non è la prima mobilitazione in suo onore: martedì 28 aprile, un’analoga manifestazione si era già tenuta a Beirut, davanti alla sede dell’ESCWA, per denunciare gli omicidi di giornalisti nel Libano meridionale e rendere omaggio ad Amal.
Chi era Amal Khalil
Amal Khalil, giornalista e reporter libanese del quotidiano Al-Akhbar, è stata uccisa il 22 aprile 2026, all’età di 42 anni, da un raid aereo delle Forze di Difesa Israeliane nel Libano meridionale, mentre seguiva la guerra tra Israele e Hezbollah. Il suo corpo è stato ritrovato dall’esercito libanese e dalla Croce Rossa circa sei ore dopo essere rimasta intrappolata sotto le macerie dell’edificio in cui si era rifugiata. Reporters Without Borders (RSF) ha condannato con la massima fermezza l’uccisione, definendola un crimine di guerra: colpire un civile — una professionista dell’informazione — non ha alcuna giustificazione.
Una morte che poteva essere evitata
Amal Khalil, originaria del sud del Libano e stimata giornalista con anni di esperienza sul campo, era in servizio nella città di al-Tayri insieme alla collega fotografa freelance Zeinab Faraj. Quando il veicolo che precedeva la loro auto è stato colpito da un primo raid israeliano — uccidendo i due civili a bordo — le due giornaliste sono riuscite a mettersi al riparo in un edificio vicino.
Quasi due ore dopo, un secondo attacco israeliano colpì il palazzo di tre piani in cui si erano rifugiate. I soccorritori libanesi riuscirono a evacuare Zeinab Faraj, gravemente ferita, ma ulteriori raid israeliani impedirono loro di raggiungere Amal in tempo.
Nel frattempo, Amal inviava messaggi vocali alla famiglia per rassicurarla, mentre chiedeva aiuto ai soccorritori, agli editor del giornale e persino all’ONU e all’UNIFIL. I soccorsi non arrivarono in tempo: le squadre di protezione civile non riuscivano ad accedere alla zona senza l’autorizzazione dell’esercito israeliano. A partire dalle 17:00 ora di Parigi, RSF e altre ONG allertarono pubblicamente le autorità israeliane e i loro alleati sulla situazione delle due giornaliste intrappolate nell’edificio. Contattato con urgenza da RSF per fermare i raid e consentire ai soccorritori di raggiungere la giornalista, un portavoce dell’esercito israeliano rispose alle 17:30 con un laconico: “Me ne occuperò.” Il corpo senza vita di Amal fu trovato sei ore dopo.
Quella che si è consumata è una classica “double tap strike” — tecnica già ampiamente documentata a Gaza e in Libano — in cui attacchi successivi colpiscono le stesse aree impedendo i soccorsi: non solo un secondo raid sull’edificio dove le giornaliste si erano rifugiate, ma anche un’azione contro l’ambulanza intervenuta, costretta ad abbandonare la scena. Il corpo di Amal fu recuperato solo dopo le 23:00, dopo ore di scavo con un escavatore tra le macerie.
Minacce preventive e impunità
Amal non era nuova alle intimidazioni. Durante la guerra del 2024 aveva già ricevuto minacce da parte di un personaggio mediatico israeliano, che le intimava di abbandonare il Libano “se voleva mantenere la testa sulle spalle”. Contattato dopo la sua morte, l’uomo non ha mostrato alcun rimorso.
Il fratello di Amal, presente ai funerali, ha dichiarato con forza che se i soccorsi fossero stati autorizzati immediatamente dopo il primo attacco, sua sorella sarebbe ancora viva. Ha ricordato che i giornalisti sono protetti dal diritto internazionale umanitario, ma che quella protezione si è dimostrata del tutto vuota.
L’esercito israeliano ha dichiarato di non prendere di mira i giornalisti, ma i numeri raccontano un’altra storia: decine di giornalisti uccisi a Gaza e diversi in Libano nel corso del conflitto. In un caso precedente, l’esercito israeliano aveva diffuso una foto — poi ammessa come fotoritoccata — per sostenere che uno dei giornalisti uccisi fosse un membro delle forze d’élite di Hezbollah. Un tentativo, ricorrente, di delegittimare i reporter locali associandoli a gruppi armati, senza alcuna prova.
Sul fronte della giustizia, le possibilità restano drammaticamente limitate: Israele non è membro della Corte Penale Internazionale, e gli unici strumenti disponibili sono le denunce all’ONU e la pressione diplomatica internazionale, come la sospensione delle forniture di armi. Una situazione di sostanziale impunità che, di fatto, consente il ripetersi di questi episodi.
L’eredità di Amal
Ai suoi funerali, i colleghi hanno portato in corteo il suo giubbotto antiproiettile e il casco da reporter sopra la bara, chiamandola “il fiore del Sud”. Chi la conosceva la descrive come una giornalista dedita e di principio, che portava il peso enorme di raccontare la guerra nel proprio paese con grande dignità e coraggio. Era andata nel sud del Libano proprio per documentare le distruzioni in corso — anche quelle perpetrate durante il cessate il fuoco — e in quel lavoro ha perso la vita. I colleghi hanno promesso di portare avanti la sua testimonianza. Una promessa resa necessaria da una morte che non avrebbe mai dovuto accadere.