“Donne alla gogna”: quando il linguaggio diventa violenza

In un’epoca in cui la violenza si manifesta anche attraverso le parole, l’iniziativa “Donne alla gogna”, promossa da GiULiA Giornaliste in collaborazione con il linguista Massimo Arcangeli, intende denunciare e contrastare l’uso distorto e offensivo del linguaggio nei confronti delle donne nel dibattito pubblico, nei media e sui social.

L’obiettivo del progetto è quello di portare alla luce una forma di violenza tanto invisibile quanto pervasiva: la derisione via social e la pubblica umiliazione delle donne in quanto donne. Le armi di queste condotte sono un linguaggio carico di stereotipi, di insulti, di insinuazioni e delegittimazioni che colpisce donne e ragazze, a prescindere dal ruolo che occupano nella società.

L’iniziativa mira a costruire un archivio di casi concreti, a istituire un osservatorio permanente sul fenomeno e a promuovere momenti di formazione e confronto, rivolti a professionisti dell’informazione, comunicatori e cittadini.

Secondo Massimo Arcangeli, le parole sono atti e come tali producono effetti reali. Un insulto o un titolo sessista non sono semplici opinioni: sono strumenti di potere, meccanismi che contribuiscono a marginalizzare, ridicolizzare o screditare le donne, in particolare quando occupano spazi pubblici o ruoli di leadership. Per l’Associazione GiULiA Giornaliste, da anni impegnata per una comunicazione equa e inclusiva, smascherare questi automatismi verbali è un passo fondamentale per cambiare la cultura alla radice.

A finire nel mirino della gogna non sono solo le figure pubbliche. Il trattamento riservato alle donne nel discorso mediatico segue pattern ricorrenti: vengono definite “troppo ambiziose”, “fredde”, “non abbastanza materne”. Oppure vengono attaccate con epiteti come “raccomandata”, “velina”, “arpia”. Ogni parola contribuisce alla costruzione di uno stereotipo, ogni giudizio maschera una sanzione sociale rivolta a chi rompe gli schemi.

Il quadro diventa ancora più preoccupante se si guarda alla sfera digitale. Un recente studio ha rilevato che su quasi due milioni di tweet analizzati sulla piattaforma X tra gennaio e novembre 2024, il 57% conteneva messaggi negativi, e la misoginia digitale ha rappresentato il 50% dei contenuti d’odio individuati, con un aumento rispetto al 43% dell’anno precedente. Dati che confermano come il disprezzo online verso le donne non sia un fenomeno isolato ma sistemico. Sorprendentemente, oltre il 20% di questi contenuti proviene da profili femminili, a dimostrazione di quanto certi automatismi culturali siano interiorizzati e riprodotti anche da chi ne è vittima.

Il progetto “Donne alla gogna” si colloca in un momento storico in cui la comunicazione è attraversata da polarizzazioni e crisi di senso. I social media amplificano ogni messaggio, favorendo dinamiche di intolleranza e delegittimazione. In questo contesto, intervenire sul linguaggio non è un esercizio di forma, ma un gesto politico. Perché le parole che scegliamo di usare dicono molto su chi siamo e sul mondo che vogliamo costruire.

GiULiA e Arcangeli non si limitano a fotografare il problema, ma offrono strumenti per affrontarlo. Denunciare non basta: serve una riflessione condivisa e una responsabilità diffusa, soprattutto da parte di chi ha un ruolo pubblico e comunica a un largo pubblico. Il linguaggio non è neutro e il cambiamento culturale passa anche – e soprattutto – da qui.

“Donne alla gogna” è un invito collettivo a ripensare le parole. A usarle in modo consapevole. A riconoscere che ogni parola è una scelta di campo. E che, in una società giusta, non c’è più spazio per l’insulto travestito da opinione.

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Redazione Giornaliste.Org