Gender gap salariale nel giornalismo italiano

Nonostante una crescente presenza femminile nelle redazioni italiane, il mondo del giornalismo continua a essere attraversato da un divario di genere evidente e sistemico. Lo raccontano con chiarezza i numeri emersi dal primo Report “Lo stato del giornalismo italiano”, presentato a Roma e frutto della collaborazione tra Fondazione Murialdi, Sapienza Università di Roma, INPS, Ordine dei Giornalisti e Fnsi. Il quadro che ne emerge è netto: a parità di qualifica, le donne guadagnano meno, accedono con più difficoltà ai vertici editoriali, hanno carriere più discontinue e, alla fine del percorso, pensioni più basse.

Stipendi: le cifre non mentono

Il gender pay gap è ancora ben radicato nel giornalismo italiano. Nel 2023, gli uomini giornalisti hanno percepito in media 62.661 euro lordi annui, mentre le colleghe si sono fermate a 54.016 euro. Una differenza del 16% che diventa ancora più marcata nelle fasce di reddito più alte.

Tra i dipendenti che superano i 100.000 euro annui, il 69% sono uomini, contro solo il 31% di donne. La forbice si riduce ma non si annulla nelle fasce intermedie: tra i 25.000 e i 50.000 euro, gli uomini rappresentano il 55%, le donne il 45%. Nella fascia più bassa – sotto i 25.000 euro – si contano 2.234 giornalisti uomini contro 1.840 donne.

Le differenze iniziano presto: le giornaliste under 30 guadagnano in media il 20% in meno rispetto ai colleghi coetanei. E il divario si amplia nel tempo, specie tra i professionisti più senior.

Pensioni più leggere per le donne

Anche al momento del ritiro, le giornaliste pagano il conto di carriere meno stabili e retribuite. Tra i dipendenti, gli uomini percepiscono una pensione media mensile di 5.648 euro lordi, mentre le donne si fermano a 4.256 euro: oltre 1.000 euro in meno al mese.

Tra i lavoratori autonomi, il gap si mantiene – e si acuisce: nel 2023, l’importo medio annuo delle pensioni era di 3.413 euro per gli uomini, contro 2.592 euro per le donne. Le differenze, dunque, attraversano tutto l’arco professionale, fino all’ultimo assegno.

Carriere a ostacoli e leadership maschile

La presenza femminile nei ruoli apicali delle redazioni è ancora marginale. Nei quotidiani, l’86% dei direttori è uomo. Nei mensili e settimanali la percentuale migliora, ma le donne restano in minoranza. Le posizioni dirigenziali vedono appena il 21% di donne tra i dirigenti e il 32% tra i quadri.

Non si tratta solo di poltrone: le giornaliste faticano anche ad accedere alle aree tematiche più “prestigiose”, come l’economia o la cronaca giudiziaria, ancora appannaggio maschile in molte testate.

Nuovi ingressi, percorsi frammentati

L’accesso alla professione riflette una trasformazione in corso. Tra il 2017 e il 2023, solo il 21,5% dei candidati all’esame di Stato ha seguito il percorso tradizionale, ovvero l’attività in redazione certificata dal direttore dopo 18 mesi di pratica. Oggi prevalgono strade alternative: il 35,7% arriva tramite i cosiddetti “ricongiungimenti”, il 24,2% dalle Scuole di giornalismo riconosciute, e il 18,5% attraverso dichiarazioni sostitutive.

Questo panorama riflette la crescente instabilità contrattuale: i Co.Co.Co sono in calo netto, mentre crescono autonomi e freelance. La retribuzione media di questi ultimi risulta quasi doppia rispetto a quella dei collaboratori coordinati e continuativi, ma resta comunque discontinua e priva di tutele adeguate.

Un esame in trasformazione

Negli ultimi anni, la partecipazione all’esame da professionista è aumentata, con una maggiore rappresentanza femminile. La percentuale dei promossi ha superato il 70% nelle ultime sessioni, con punte vicine all’86%. Un dato che segnala un miglioramento delle competenze ma anche un cambiamento dei profili professionali in ingresso.

Il percorso di “ricongiungimento” – nato come misura temporanea – è durato in realtà oltre dieci anni e continua a rappresentare una via importante per diventare giornalisti professionisti, a testimonianza della difficoltà strutturale del settore ad offrire contratti stabili e praticantati classici.

Una fotografia da aggiornare ogni anno

Il Report annuale sullo stato del giornalismo, coordinato dal professor Christian Ruggiero della Sapienza e promosso da Fnsi, Ordine e INPS, punta a monitorare costantemente un settore in rapida trasformazione ma ancora ancorato a vecchie disuguaglianze. Il passaggio della previdenza giornalistica all’INPS, dopo la crisi dell’Inpgi, segna un cambio di paradigma che potrebbe aprire a nuove tutele. Ma per chi oggi lavora – o vorrebbe farlo – in redazione, il gap resta tangibile.

Servono risposte sistemiche

Stipendi più bassi, pensioni ridotte, minori opportunità di carriera e accessi sempre più precari: il gender gap nel giornalismo italiano è un problema profondo, che richiede interventi strutturali. Servono trasparenza nelle retribuzioni, incentivi alla leadership femminile, sostegno alla genitorialità condivisa e percorsi d’ingresso stabili. Solo così le redazioni potranno davvero raccontare il mondo con una voce plurale, rappresentativa e libera.

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Mario Maffei