Mai così tanti giornalisti uccisi da quando il CPJ raccoglie dati. Due terzi delle vittime per mano israeliana, in crescita gli omicidi tramite drone e la punizione collettiva delle famiglie
Sono 129 i giornalisti e operatori dei media uccisi nel mondo nel 2025, il numero più alto mai registrato dal Committee to Protect Journalists (CPJ) da oltre trent’anni a questa parte. Si tratta del secondo record consecutivo di morti tra i giornalisti, dopo quello già raggiunto nel 2024. Il 75% delle vittime si trovava in aree di conflitto: secondo il CPJ, almeno 104 dei 129 giornalisti e operatori dei media uccisi nel 2025 sono morti nell’ambito di conflitti. Sebbene il numero di giornalisti uccisi in Ucraina e in Sudan sia aumentato rispetto agli anni precedenti, la maggior parte delle vittime sono stati palestinesi uccisi da Israele. Ma il pericolo riguarda anche le giornaliste: dal Sudan all’Ucraina, da Gaza al Messico, donne reporter e fotoreporter sono state uccise, minacciate o colpite insieme alle loro famiglie.
Il 2025 è stato l’anno più sanguinoso mai registrato per la stampa
Il Committee to Protect Journalists (CPJ), che dal 1992 monitora e verifica gli attacchi contro giornalisti e operatori dei media, ha documentato 129 vittime. Oltre tre quarti degli omicidi sono avvenuti in zone di conflitto, mentre 47 giornalisti sono stati uccisi deliberatamente per il loro lavoro: il dato più alto dell’ultimo decennio. In nessuno di questi 47 casi, secondo il CPJ, un responsabile è stato chiamato a risponderne, e sono state condotte pochissime indagini trasparenti su questi omicidi mirati.
Il dato più drammatico riguarda Israele. Secondo il CPJ, 86 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi dal fuoco israeliano nel 2025, circa due terzi del totale mondiale: Israele è stato responsabile di due terzi di tutti gli omicidi di giornalisti sia nel 2025 sia nel 2024. Oltre il 60% delle vittime erano palestinesi che lavoravano a Gaza. Israele risulta inoltre responsabile dell’81% dei 47 omicidi mirati documentati dal Comitato nel corso dell’anno. Il CPJ sottolinea che il bilancio potrebbe essere persino superiore, considerata l’impossibilità per la stampa internazionale indipendente di accedere liberamente a Gaza, la distruzione delle infrastrutture di comunicazione e la perdita di prove.
Israele, il fronte più pericoloso
Per il CPJ, Israele ha ucciso più giornalisti di qualsiasi altro governo da quando l’organizzazione ha iniziato a raccogliere dati, nel 1992. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno commesso più omicidi mirati di giornalisti di qualsiasi altro esercito governativo da quando il CPJ ha iniziato a documentare questo tipo di casi, sempre nel 1992. La guerra tra Israele e Gaza, considerando anche gli attacchi israeliani in Libano, Yemen e Iran, è quindi descritta come il conflitto più sanguinoso di sempre per i giornalisti. Il Comitato denuncia un cambiamento di paradigma: non soltanto il rischio inevitabile del reportage di guerra, ma la crescente possibilità che i reporter diventino essi stessi obiettivi.
Tra i casi citati c’è quello del 23enne palestinese Hossam Shabat, corrispondente di Al Jazeera Mubasher e Drop Site News, ucciso il 24 marzo 2025 da un attacco israeliano contro la sua auto a Beit Lahia. Il CPJ riferisce inoltre dell’uccisione del giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif, colpito il 10 agosto insieme ad altri tre giornalisti dell’emittente e a due freelance in un attacco contro una tenda utilizzata dai reporter. Il 25 agosto, nell’attacco all’ospedale Nasser di Gaza, sono morti cinque giornalisti, tra cui la fotoreporter palestinese freelance Mariam Abu Dagga, collaboratrice dell’Associated Press, e Hussam Al-Masri, collaboratore di Reuters. Il CPJ segnala infine i raid israeliani contro due sedi di giornali in Yemen, nei quali sono morti 31 giornalisti e operatori dei media, il secondo attacco più letale mai documentato dall’organizzazione.
Il Comitato denuncia anche le accuse rivolte da Israele a diversi giornalisti, presentati come militanti o membri di Hamas senza, secondo il CPJ, prove credibili rese pubbliche. Una dinamica che, osserva l’organizzazione, rischia di trasformare l’accusa di appartenenza a un gruppo armato in una giustificazione preventiva della violenza contro chi documenta il conflitto.
Le donne nel mirino
Dentro questo bilancio globale, le giornaliste rappresentano una componente particolarmente vulnerabile, anche se il rapporto non fornisce un conteggio complessivo delle vittime donne. I casi citati mostrano però la molteplicità dei rischi: morte sul campo, attacchi mirati, violenza sessuale, minacce e pressioni esercitate attraverso i familiari.
In Ucraina, tra i quattro giornalisti uccisi nel 2025 figurano due donne. Olena Hramova, giornalista ucraina, è stata uccisa insieme al collega Yevhen Karmazin mentre realizzava un reportage per l’emittente statale internazionale Freedom a Kramatorsk. Tetyana Kulyk, caporedattrice della sezione multimediale dell’agenzia statale Ukrinform, è stata invece uccisa insieme al marito in un attacco di droni russi nella regione di Kiev nella notte tra il 25 e il 26 febbraio. Tutti e quattro i giornalisti uccisi in Ucraina nel 2025 sono stati colpiti da droni russi.
A Gaza, tra le vittime dell’attacco all’ospedale Nasser figura Mariam Abu Dagga, fotoreporter freelance e collaboratrice dell’Associated Press. Il suo caso si inserisce in un contesto nel quale, secondo il CPJ, le giornaliste palestinesi e le loro famiglie sono esposte non soltanto al rischio diretto della guerra, ma anche a forme di pressione e intimidazione.
Particolarmente grave è la situazione in Sudan, dove il CPJ riferisce di violenze sessuali contro giornaliste, oltre a uccisioni, rapimenti, detenzioni e confische delle abitazioni. Nel 2025 sono stati uccisi nove giornalisti e operatori dei media, contro i sei del 2024 e uno nel 2023. La guerra civile, entrata nel terzo anno, ha trasformato il lavoro giornalistico in un’attività ad altissimo rischio.
Dai droni al crimine organizzato: una minaccia globale
Una delle novità più preoccupanti del 2025 è l’impiego crescente dei droni contro i giornalisti. Gli omicidi di giornalisti tramite droni sono in forte aumento: i casi documentati o sospetti sono passati da due nel 2023 – il primo anno in cui il CPJ ha iniziato a documentare questo tipo di omicidi – a 39 nel 2025. Di questi, 33 sono attribuiti o ricondotti a droni militari. Israele è responsabile di 28 delle 39 uccisioni da drone, secondo il CPJ; cinque sono attribuite alle RSF sudanesi, quattro alla Russia in Ucraina, una agli Houthi in Yemen e una a un presunto attacco turco in Iraq.
Il fenomeno non riguarda soltanto i grandi teatri di guerra. In Messico, sei giornalisti sono stati uccisi nel 2025, contro cinque nel 2024 e due nel 2023. Tutti i casi sono rimasti irrisolti. Il Paese registra almeno un giornalista ucciso ogni anno da un decennio. È stato assassinato anche Calletano de Jesús Guerrero, vicedirettore di una testata online che si occupava di criminalità e che dal 2014 viveva sotto protezione federale.
Nelle Filippine sono stati uccisi tre giornalisti, tra cui il veterano editore Juan Dayang; soltanto in uno dei casi è stato effettuato un arresto. In India, il freelance Mukesh Chandrakar, 28 anni, è stato trovato morto dopo aver realizzato un’inchiesta sulla presunta corruzione in un grande progetto stradale. In Perù, Gastón Medina è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dopo aver criticato pubblicamente amministrazioni locali e autorità di polizia.
Anche l’instabilità politica produce vittime. In Nepal, il videoreporter Suresh Rajak, responsabile della divisione telecamere di Avenues Television, è morto mentre documentava una protesta pro-monarchia a Kathmandu. In Arabia Saudita, il noto editorialista Turki al-Jasser è stato giustiziato dopo sette anni di detenzione, al termine di un procedimento basato su accuse di tradimento, collaborazionismo, finanziamento del terrorismo e minaccia alla sicurezza nazionale.
In Bangladesh, il giornalista Asaduzzaman Tuhin è stato inseguito e ucciso con un machete dopo aver filmato un’aggressione. In Yemen, il giornalista e regista Musab al-Hattami è stato ucciso da un attacco con droni Houthi mentre filmava nei pressi della linea del fronte; il fratello, il fotografo Suhaib al-Hattami, è rimasto ferito.
La minaccia arriva anche dentro le case
La repressione della stampa non si limita più al singolo giornalista. Secondo il CPJ, in diversi Paesi i familiari vengono utilizzati come strumento di intimidazione. In Iran, giornalisti indipendenti sono stati minacciati attraverso le loro famiglie. In relazione alla guerra a Gaza, il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi ha riferito che oltre 700 familiari di giornalisti sono stati uccisi dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023.
Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi ha denunciato con parole nette questa evoluzione: «Il giornalista non è più l’unico bersaglio. La famiglia è stata trasformata in uno strumento di pressione e di punizione collettiva, violando i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario».
Il dato evidenzia una trasformazione della violenza contro la stampa: colpire un giornalista significa sempre più spesso colpire anche la sua rete familiare e sociale. Una dinamica particolarmente grave per le giornaliste, che in molti contesti affrontano una sovrapposizione di minacce professionali, violenza di genere e pressioni rivolte ai familiari.
Come si verifica la verità
Di fronte a numeri così drammatici, la qualità della documentazione diventa una questione essenziale. Il CPJ non inserisce un caso nel proprio database sulla base di una singola testimonianza. Ogni vittima viene verificata attraverso almeno due fonti indipendenti e attendibili, tra cui familiari, colleghi, testimoni, documenti giudiziari e inchieste ufficiali.
I ricercatori verificano innanzitutto che la persona svolgesse effettivamente attività giornalistica, cioè che producesse regolarmente notizie o commenti sugli affari pubblici con l’obiettivo di fornire informazioni basate sui fatti. Successivamente accertano il rapporto tra la morte e l’attività professionale, raccogliendo informazioni da colleghi, familiari, superiori e amici.
La verifica può richiedere mesi o anni, soprattutto nelle aree di guerra. Per questo il database viene continuamente aggiornato: alcuni casi possono essere aggiunti, altri rimossi o riclassificati quando emergono nuove informazioni. È proprio questa metodologia investigativa, più che il semplice conteggio, a dare significato ai numeri.
Il quadro che emerge dal rapporto 2025 è dunque quello di una libertà di stampa sottoposta a una pressione globale crescente: 129 giornalisti uccisi, un secondo anno record consecutivo, 47 omicidi mirati, 39 morti legate a droni e un’impunità quasi totale per gli assassini. Ma il dato più profondo è forse un altro: quando viene ucciso chi racconta ciò che accade, non scompare soltanto una persona. Scompare una fonte indipendente, una testimonianza e, con essa, una parte della possibilità collettiva di conoscere i fatti.

Negli ultimi 15 anni, i militari hanno ucciso 373 giornalisti.
Oltre il 60% di questi omicidi si è verificato negli ultimi tre anni, un periodo in cui le forze israeliane sono state responsabili di tutte le morti di giornalisti tranne 21.