La Repubblica italiana e la parità di genere, tra progressi e contraddizioni

Il Gender Equality Index 2025 ha fotografato un Paese in crescita ma ancora indietro su lavoro, redditi e violenza di genere

Per gran parte della sua storia repubblicana l’Italia non è stata considerata un modello di riferimento nella rappresentanza politica femminile, specie se paragonata ai Paesi nordici. Oggi, però, il Paese rappresenta un caso interessante per capire come stia cambiando il dibattito sulla leadership femminile in Europa, mostrando insieme progressi, ritardi strutturali e contraddizioni marcate.

Nel Gender Equality Index 2025 l’Italia ottiene 61,9 punti su 100, al 12° posto nell’UE, con una crescita di 9,4 punti rispetto al 2015 dovuta soprattutto ai miglioramenti nel dominio del potere. I risultati migliori arrivano nella conoscenza (9° posto, 56,8 punti) e nel potere (9° posto, 47,9 punti), trainato dal potere economico, dove l’Italia è 2a nell’UE con 74,3 punti. Il dato più critico riguarda invece il lavoro, dove l’Italia è ultima in Europa con 61,0 punti.

Il mercato del lavoro resta il nodo centrale della disuguaglianza: il tasso di occupazione equivalente a tempo pieno è del 33% per le donne contro il 53% per gli uomini, e la vita lavorativa femminile dura in media 28 anni contro i 37 degli uomini, il valore più basso dell’UE. Le donne in coppia guadagnano in media solo il 53% del reddito del partner, la disparità più ampia dell’Unione, e il rischio di povertà tra le lavoratrici sole o capofamiglia è del 20%, contro il 15% degli uomini. Anche nell’istruzione permangono squilibri: l’Italia migliora nei tassi di laurea (38% delle donne tra 30 e 34 anni, contro il 24% degli uomini), ma resta forte la segregazione per settore, con le donne sovrarappresentate nei campi umanistici e socio-sanitari e ferme al 39% nei laureati STEM. Sul fronte familiare, il carico di cura e lavoro domestico continua a gravare in modo sproporzionato sulle donne: il 41% di loro dedica oltre cinque ore al giorno ai figli, contro il 16% degli uomini, e il 65% si occupa quotidianamente delle faccende domestiche, contro il 28% degli uomini.

Sul piano della rappresentanza politica, le donne occupano il 30% dei posti ministeriali e il 34% dei seggi parlamentari, mentre nei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate la presenza femminile raggiunge il 44%, una delle quote più alte dell’UE. Anche la salute presenta asimmetrie, con il 73% delle donne che dichiara un buono stato di salute contro il 78% degli uomini, gap che si amplia tra le persone con disabilità. Resta poi cruciale il tema della violenza di genere: il 32% delle donne italiane ha subito violenza fisica e/o sessuale dall’età di 15 anni, un dato superiore alla media UE-27 (31%) e che sale al 44% nella fascia 30-44 anni. L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul nel 2013, ma per limiti nei dati non è stato possibile calcolare per il Paese l’indicatore composito sulla violenza previsto dall’edizione 2024 dell’indice.

Gli stereotipi di genere restano radicati: tre donne su cinque e quasi due uomini su tre ritengono gli uomini per natura meno competenti nelle attività domestiche, e il 57% di entrambi i generi pensa che gli uomini siano più ambiziosi in politica. Allo stesso tempo, oltre due persone su tre considerano importanti per la leadership le soft skills comunemente associate alle donne, opinione più diffusa tra i giovani. L’Italia restituisce così l’immagine di un Paese in trasformazione, capace di buoni risultati nel potere economico e nei board aziendali, ma ancora segnato da ritardi profondi su lavoro, redditi, conciliazione vita-lavoro e violenza di genere: non più periferico nel dibattito europeo sulla leadership femminile, ma lontano da un equilibrio sostanziale tra donne e uomini.

Condividi
Tirocinanti UNIBA