Violenza digitale, l’ODG: informare senza alimentare la sofferenza delle vittime
Il caso del gruppo Telegram riporta l’attenzione sulla violenza online e sulla responsabilità dei mezzi di informazione nel raccontare abusi e violenze di genere
La diffusione di immagini intime senza il consenso
delle persone ritratte e i commenti sessisti rivolti alle donne tornano al
centro dell’attenzione con il caso del gruppo Telegram “Phica – La rinascita”.
Una vicenda che riaccende anche il dibattito sul ruolo dei media e sulla
necessità di raccontare la violenza di genere senza alimentare ulteriori forme
di vittimizzazione.
A intervenire è l’Osservatorio Pari opportunità
dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, coordinato da Ester Castano,
tesoriera e consigliera dell’Odg lombardo. L’organismo manifesta forte
preoccupazione per l’attività del gruppo, che sembrerebbe raccogliere l’eredità
di Phica.net, il portale sequestrato dalla Polizia Postale la scorsa estate.
Al suo interno circolerebbero migliaia di fotografie e contenuti intimi
condivisi senza il consenso delle donne coinvolte, accompagnati da messaggi e
osservazioni sessiste.
Per l’Osservatorio non si tratta di semplici episodi di
cattivo comportamento sul web, né di manifestazioni riconducibili a una
presunta goliardia online. La diffusione non autorizzata di materiale intimo,
insieme alla mercificazione dei corpi e alla violenza digitale, costituisce
una lesione della dignità individuale e dei diritti fondamentali, oltre che
un ostacolo concreto al raggiungimento della parità di genere.
Nel suo intervento, l’organismo richiama soprattutto la
responsabilità dei mezzi di informazione. Raccontare violenze contro le donne e
abusi sessuali impone infatti particolare attenzione al linguaggio, alle
immagini utilizzate e alle modalità di presentazione delle notizie. Il rischio,
sottolinea l’Osservatorio, è che il racconto giornalistico si trasformi in uno
strumento di vittimizzazione secondaria, aggiungendo sofferenza a chi ha già
subito una violenza.
Un esempio significativo riguarda proprio la vicenda della
chat Telegram: la pubblicazione del nome del gruppo da parte di alcuni media
avrebbe provocato, nel giro di poche ore, un aumento considerevole delle
iscrizioni, arrivate a triplicarsi. Una maggiore visibilità che ha finito
per amplificare la diffusione del fenomeno e l’esposizione delle donne
coinvolte.
L’Osservatorio Pari opportunità sta seguendo gli sviluppi
del caso e sta valutando la possibilità di presentare segnalazioni al Consiglio
di disciplina, oltre a eventuali iniziative a tutela delle vittime. Nel
frattempo, rivolge un richiamo diretto a giornaliste e giornalisti affinché il
racconto di questi episodi non ceda alla ricerca dello scoop, alla morbosità o
al voyeurismo, anche attraverso la scelta e la pubblicazione delle fotografie.
La richiesta è quella di un’informazione rigorosa,
rispettosa e coerente con le regole deontologiche della professione: il
compito del giornalismo è informare, non trasformare la sofferenza delle
vittime in uno spettacolo.
A questo proposito, l’Osservatorio ricorda gli strumenti già
disponibili per orientare una corretta narrazione della violenza di genere: il Codice
deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, la Convenzione di Istanbul,
il Manifesto di Venezia e il vademecum Oltre le parole, realizzato
dal Coordinamento per le Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine
dei giornalisti. Il documento, dedicato alle modalità con cui comunicare la
violenza contro le donne, è disponibile gratuitamente sul sito www.odg.it.
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