Cresce il boicottaggio accademico contro Israele

Nel contesto del genocidio in atto a Gaza, un numero crescente di università e istituzioni accademiche nel mondo sta interrompendo rapporti con il sistema accademico israeliano, accusato di essere coinvolto nelle azioni del governo contro i palestinesi.

Tra gli esempi recenti, l’Università Federale del Ceará in Brasile ha annullato un summit sull’innovazione, mentre atenei in Norvegia, Belgio e Spagna hanno sospeso collaborazioni con partner israeliani. Anche il Trinity College di Dublino ha adottato misure simili, così come l’Università di Amsterdam, che ha bloccato uno scambio con l’Università Ebraica di Gerusalemme. L’Associazione Europea di Antropologi Sociali ha annunciato la sospensione di tutte le collaborazioni con istituzioni israeliane, invitando i propri membri a fare altrettanto.

In Italia, il conflitto ha generato divisioni nella comunità scientifica. Da una parte, ricercatori e personale tecnico-amministrativo si oppongono a qualsiasi collaborazione con le attività del governo israeliano. Dall’altra, i vertici dei principali enti di ricerca nazionali, nominati dal governo, mantengono rapporti con Tel Aviv, ignorando le proteste interne e le firme raccolte da studenti e personale. Il sostegno del governo italiano al governo di Netanyahu resta evidente: recentemente, il vicepremier Matteo Salvini ha ricevuto un riconoscimento dall’associazione Italia-Israele come attestato di vicinanza e solidarietà.

Di fronte a questa situazione, i lavoratori della ricerca hanno costituito un coordinamento trasversale tra i quattro maggiori enti scientifici italiani — CNR, INFN, INGV e INAF — formalizzato durante un dibattito all’Università La Sapienza di Roma, intitolato “I saperi nell’economia del genocidio“. All’iniziativa ha partecipato anche Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. L’obiettivo del coordinamento è rafforzare iniziative di contrasto al coinvolgimento della ricerca nelle pratiche belliche, chiedendo maggiore trasparenza sui progetti e chiarimenti sul loro eventuale uso a fini militari o duali.

Il gruppo denuncia che le collaborazioni con Israele e le reti di sostegno al governo israeliano comportano rischi etici e legali. Il rapporto presentato alle Nazioni Unite da Albanese ha già identificato aziende e istituzioni accademiche che supportano, direttamente o indirettamente, le operazioni militari a Gaza. Anche gli enti scientifici italiani, attraverso collaborazioni con aziende del settore bellico come Leonardo Spa, rischierebbero di essere considerati complici. I vertici degli enti parlano di “diplomazia scientifica” e negano un coinvolgimento militare, ma i ricercatori sottolineano la fragilità del confine tra ricerca civile e militare, evidenziando che numerosi progetti civili potrebbero avere applicazioni duali.


Posizioni più caute in Europa

In altri Paesi europei, le reazioni sono state più moderate. Nel Regno Unito, Universities UK e la Royal Society si sono dichiarate contrarie a un boicottaggio, invocando la tutela della libertà accademica. Alcuni accademici, come l’ex presidente della Royal Society Venki Ramakrishnan, hanno espresso posizioni ambivalenti, condannando l’approccio del governo israeliano ma evidenziando il rischio di colpire accademici critici nei confronti di Netanyahu.

Ghassan Soleiman Abu-Sittah, rettore britannico-palestinese dell’Università di Glasgow, ha raccontato che studenti e docenti hanno cercato di esercitare pressioni per un boicottaggio, ostacolati dai consigli direttivi. Di conseguenza, molti ricercatori stanno adottando iniziative personali, evitando collaborazioni ufficiali con colleghi israeliani. Tra le possibili conseguenze vi sono effetti sui finanziamenti internazionali: Israele, dal 2021, ha ricevuto circa 876 milioni di euro dal programma Horizon Europe, ma la Commissione Europea ha proposto limitazioni per progetti con applicazioni sensibili. Nel 2025, il numero di ricercatori israeliani selezionati dal Consiglio europeo della ricerca è sceso a dieci, rispetto ai trenta dell’anno precedente.


Collegamento con il movimento antimilitarista

Il sostegno all’obiezione di coscienza rispetto ai trasferimenti di armi e alle collaborazioni scientifiche con Israele si inserisce in un più ampio movimento contro la militarizzazione in Italia e in Europa. Al centro delle proteste c’è la logica del “dual use”, che permette di destinare infrastrutture civili a usi militari tramite finanziamenti NATO. Nel vertice del giugno 2025, i Paesi membri hanno concordato di destinare il 5% del PIL all’alleanza militare: 3,5% per truppe ed equipaggiamenti e 1,5% per infrastrutture a uso misto. Porti, ferrovie e autostrade stanno entrando in queste classificazioni. Il porto di Genova, con il nuovo progetto della diga foranea, potrebbe ospitare navi NATO, equipaggiamenti militari e piccoli portaerei. Secondo i portuali, la scelta aumenta i rischi legati a criticità geologiche, minacce ambientali e costi economici, e segnala la volontà europea di un rafforzamento della preparazione bellica.

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Mario Maffei