Con una nota del 4 settembre 2025, le Nazioni Unite hanno espresso profonda indignazione per l’attacco dell’esercito israeliano (IDF) del 25 agosto contro l’ospedale Nasser di Khan Younis, l’ultimo nosocomio ancora parzialmente funzionante nel sud di Gaza.
Nonostante l’orrore senza fine del genocidio in atto, si è trattato di uno degli episodi più scioccanti del quale si sono macchiate le forze armate israeliane: un bombardamento con tecnica “double-tap” contro un ospedale con l’intento di assassinare deliberatamente soccorritori, medici e giornalisti, non si era ancora visto.
Un primo colpo ha centrato la scala esterna del quarto piano dell’edificio che, notoriamente era il quartier generale di fortuna di diverse troupe televisive. Dopo dieci minuti, mentre la scala si affollava di soccorritori accorsi per assistere i feriti, ecco il secondo colpo: quello più letale.
Uccide 20 persone tra medici, infermieri e membri della protezione civile. Tra loro anche 5 giornalisti: Ahed Abu Aziz, Hussam al-Masri, Mohammed Salama e Moaz Abu Taha, che lavoravano per testate internazionali tra cui Middle East Eye, Al Jazeera e Reuters, e la collega Mariam Abu Daqqa, giornalista freelance che collaborava con l’Associated Press.
I video del vile attacco mostrano il panico, il fumo e i corpi dilaniati: un bombardamento che, secondo osservatori indipendenti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), sembra configurarsi come una violazione deliberata del diritto internazionale umanitario, colpendo non solo chi testimonia ma anche chi salva vite.
Una condanna che, come le altre, è caduta nel vuoto: pochi giorni dopo, il 31 agosto 2025, un bombardamento israeliano contro un’abitazione a Gaza City ha ucciso la giornalista Islam Abed, corrispondente di Al-Quds Today TV, insieme al marito e al figlio.


Secondo i dati ONU, almeno 248 giornalisti sono stati assassinati a Gaza dall’inizio dell’offensiva israeliana: un bilancio che non ha eguali in nessun conflitto recente.
“Israele nega l’accesso ai media internazionali e al tempo stesso elimina sistematicamente i cronisti locali, che restano l’unico occhio indipendente sul genocidio e sulla carestia che si consumano a Gaza”, hanno denunciato gli esperti dell’ONU.
Nonostante la fame, la perdita delle proprie famiglie e la vita sotto assedio, i giornalisti palestinesi continuano a documentare con coraggio le violenze, pagando con la vita il prezzo della verità. Gli esperti delle UN chiedono indagini penali indipendenti, giustizia per le famiglie delle vittime e la fine dell’impunità che da anni protegge Israele. Inoltre sollecitano Tel Aviv a consentire l’ingresso di giornalisti internazionali nella striscia: “un passo essenziale per garantire una minima protezione ai cronisti locali e permettere che il mondo continui a conoscere ciò che accade a Gaza”.
Un attacco alla verità e alla libertà di stampa
Le uccisioni di giornalisti a Gaza non rappresentano soltanto un crimine di guerra: sono un attacco frontale alla libertà di stampa, un tentativo sistematico di spegnere le ultime testimonianze rimaste a raccontare l’orrore. Colpire chi documenta significa colpire il diritto universale alla verità, significa condannare interi popoli al silenzio.
Ogni giornalista ucciso è una voce strappata non solo alla Palestina, ma al mondo intero. La loro eliminazione non riguarda soltanto la sicurezza dei reporter locali, ma la possibilità stessa che l’umanità sappia cosa sta accadendo. In questo senso, il silenzio complice di molti governi e istituzioni internazionali pesa come una seconda condanna.
Se oggi si lascia che la scritta PRESS sui giubbotti dei giornalisti vengano trasformati in bersagli legittimi, domani nessun reporter potrà sentirsi al sicuro in qualunque parte del mondo. Gaza è diventata il luogo dove si misura il futuro della libertà di stampa globale: difenderla non è un dovere solo morale, ma una responsabilità storica.